Scissione nel M5S? Si, grazie.

Lo sdoganamento del termine “scissione” per quel che riguarda il dibattito nel Movimento 5 Stelle, avvenuto questa mattina (a 48 ore dal catastrofico risultato delle regionali in Emilia Romagna e in Calabria), non arriva da una persona qualsiasi.


Temuto ed amato, Max #Bugani è una delle eminenze grigie del fantomatico Staff di Grillo-Casaleggio da cui dipendevano le certificazioni di tutte le liste del Movimento, uomo oggettivamente potente, dai mille incarichi, prima nella segreteria particolare di Di Maio, ma anche uno dei primi consiglieri comunali in Italia (Bologna), nonché uomo di punta dell’Associazione Rousseau e capo della segreteria del Sindaco di Roma Virginia Raggi.

Oggi è lui per la prima volta in un’intervista parla esplicitamente della possibilità di una scissione del e all’interno del Movimento.
Per la prima volta Bugani ammette pubblicamente e candidamente l’esistenza di tre anime – correnti all’interno del Movimento.

Quella sovranista che continua a strizzare l’occhio alla Lega di Salvini, quella progressista che punta alla federazione con il centrosisinistra e la terza governista (con chiunque destra o sinistra poco importa, basta che ci siano le poltrone ministeriali) che regge ancora il Movimento con il reggente Crimi e Di Maio che ha scelto tutti i “facilitatori” nazionali e regionali.

E insomma, se lo dice lui Mister Bugani c’è da credergli…

LA VITTORIA DEL 2018
Lo straordinario successo del M5S alle politiche del 2018 fu causato dal sostegno di un elettorato trasversale che lo spinse sino al 33%.
Tra chi votò il Movimento c’erano coloro che rifiutavano l’alleanza con il Pd e pure quelli che la rifiutavano con la Lega (come me e tanti altri).

Tra gli 11 milioni di elettori c’era davvero di tutto, dai delusi del Pd sino all’estrema destra.Una sorta di asso pigliatutto che pescò dal bacino di sinistra e da quello di destra.
Per mantenere o portare ancora più in alto questa cifra il M5S avrebbe dovuto rimanere all’opposizione, chiedere nuove elezioni.Si, opposizione netta e chiara al sistema e alla casta.
Ogni altra scelta avrebbe sgonfiato il consenso, è così è stato.
Le sirene del potere, del governo/i e delle poltrone, sono state più forti.

GOVERNISMO A TUTTI COSTI
Prima per l’alleanza di governo con la Lega e così è oggi per quella con il Pd:
alle europee del 2019 6 milioni di voti dati al M5S nel 2018 sono andati via e altri milioni di voti, quelli “di destra” hanno scelto altri lidi o l’astensione.
L’erosione non è solo di elettori, ma di iscritti, attivisti.
Cosa rimane oggi di quel M5S? Poco o nulla.
Gli eletti nelle istituzioni ed enti locali ( e neppure tutti), ovvero i generali di un esercito che si è dissolto.
Il M5S è oggi un partitino personale che vale tra il 3 e il 10% nazionale, ancora guidato da un capo assoluto, che ha solo fatto finta di lasciare il suo incarico (uno dei tanti in realtà), ma che ancora controlla i fedelissimi dirigenti (“facilitatori”) che guarda caso sono entrati in funzione lo stesso giorno delle dimissioni di Di Maio.

EPURAZIONI VOLUTE DA DI DIMAIO E DAL SUO CERCHIO MAGICO
La scelta stessa di avere un capo politico fu ennesimo errore di una gestione verticistica.
Una classe dirigente non all’altezza, così come gran parte dei portavoce, scelti attraverso i pieni poteri del Capo.

A tal proposito il livore di Di Maio contro i fuoriusciti in realtà dovrebbe essere rivolto solo verso se stesso, dato che per statuto a lui (e al suo entourage dati i suoi plurimi incarichi) stanno in capo le responsabilità di tutte le scelte sulle candidature delle elezioni del 2018, loro ammissione e preventive epurazioni sulle autocandidature della parte proporzionale (poi votate su Rousseau) e dei collegi uninominali (senza alcun voto on line).


Il sistema tripolare è morto due volte, assieme al M5S del 33%, nel momento in cui ha scelto di allearsi con Salvini prima e poi con Zingaretti.

L’unica possibilità di tenere aperta la “terza via” (anima poltronista), ovvero fuori dai poli di destra e di sinistra, sarebbe stata quella di stare fuori da ogni governo e maggioranza. Così non è stato.

Al contrario passando con indifferenza da un’alleanza di governo all’altra (Lega-Pd), è venuta meno la coerenza e quindi la possibilità di poter dare ancora forza ad un terzo polo autonomo e distinto dagli altri.

Oggi la “terza via”, velatamente riproposta da Crimi e Di Maio, oggettivamente è venuta meno, non c’è più. ma nonostante ciò il tentativo di spacciarla come tale è attualmente maggioritario tra gli uomini di vertice.


I numeri delle tornate elettorali sono impietosi.Il tripolarismo non c’è più e siamo tornati al bipolarismo.A mio avviso non c’è da gioirne, ma solo da prenderne atto.Purtroppo la realtà è irreversibile.

Unica cosa auspicabile dunque è la frattura e la scissione.Si, sembra paradossale, ma è così.
La divisione delle due/tre anime del vecchio M5S, uno federato con il centrosinistra e una con il centrodestra (o comunque asservito di fatto ad esso), sarebbe un segnale di chiarificazione positivo ed importante.


LA LINEA SCHIZOFRENICA
Proseguire oggi con la linea né di destra, né di sinistra, dopo essersi alleati a livello nazionale prima con la destra di Salvini e oggi con il Pd di Zingaretti è stato ed è insostenibile da ogni punto di vista.
L’abbiamo vissuto in prima persona da candidati alle regionali nel 2019 in Sardegna.


LA NOSTRA ESPERIENZA IN SARDEGNA
In quel momento il M5S era al governo nazionale con la Lega e alla competizione sarda ci presentammo da soli, contro centrodestra (Lega) e centrosinistra.Le scelte schizofreniche, che privilegiano la poltrona di governo con chiunque e purché sia non possono essere premiate dagli elettori.
E’ materialmente impossibile chiedere razionalmente il voto a livello locale contro partiti e schieramenti con i quali si governa insieme a livello centrale.Sono stato capolista candidato consigliere regionale e l’esperienza l’ho vissuta in prima persona.Quando andavo a chiedere il voto diventava difficile e per me pure imbarazzante, giustificare l’alleanza di governo nazionale con la Lega che non ho mai sostenuto e votato.

Alleanza che ho sempre ritenuto, come tanti nel Movimento, un errore e una scelta contro la natura stessa del Movimento delle origini.

Nel momento in cui si privilegia la governabilità ad ogni costo e in cui si sacrificano idee, valori e principi originari, per allearsi con la destra o sinistra il tradimento è compiuto, il fallimento servito.Già compiuto.I numeri di tutte le tornate elettorali sono impietosi.
BENVENUTA SCISSIONE
In assenza oggi di una scelta di campo motivata, chiara e definitiva (qualunque essa sia), il destino è quello dell’irrilevanza e del silente assorbimento elettorale dei rimanenti voti da parte dei restanti schieramenti.
Non c’è più spazio per ambiguità, forzature.

Prendiamo atto che il M5S ha toccato il fondo ed è bene che nascano serenamente due (o tre ?) nuovi soggetti politici differenti.

(Attenzione in questo quadro anche alla possibile nascita di una nuova forza politica, di cui si parla da mesi, voluta e legata direttamente a Conte e al suo portavoce Rocco Casalino).


Il Movimento 5 Stelle originario non c’è più e non si regge più.Di Maio, Grillo e Casaleggio hanno fatto sparire progressivamente valori, principi, programmi, iscritti, valori e attivisti.

Per questo la frattura e scissione del Movimento 5 Stelle in uno o più soggetti, con chiara, motivata scelta di campo e di valori, è benvenuta e auspicabile per il buon funzionamento del sistema Italia.

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